Ci sono canzoni che fanno parte della nostra memoria. The Voice degli Ultravox (1981) è per me una di queste. È un brano che conosco bene e che, ancora oggi, ogni tanto torno ad ascoltare. In questo articolo per la mia newsletter mi voglio soffermare sul testo. Perché alcuni passaggi, dal punto di vista del public speaking, raccontano qualcosa di interessante sulla voce e, più in generale, sulla comunicazione.
Per essere chiaro… The Voice non parla specificamente di public speaking. Tuttavia, alcune immagini contenute nel testo mi fanno pensare proprio a questo: alla voce come qualcosa che non si limita a trasportare le parole, ma che può dare loro una forma, una forza e lasciare una traccia in chi ascolta.
Prima di continuare, quindi, vi propongo di ascoltarla. Magari prestando attenzione particolare alla voce stessa di Midge Ure (frontman della band), al suo ritmo, alle sue variazioni e al modo in cui le parole sembrano trasformarsi attraverso il modo in cui vengono cantate.
E adesso proviamo a ‘rileggere’ alcune parti del testo secondo la ‘lente’ delle tecniche di comunicazione efficace in pubblico.
A chi parliamo?
Innanzitutto, il testo comincia con un’immagine che trovo molto interessante: “All speech directed to me”. Tutto il parlare è rivolto a me. È una frase che, dal mio punto di vista, propone una riflessione. A chi stiamo davvero parlando quando prepariamo un intervento in pubblico?
È una domanda molto semplice, eppure non sempre le dedichiamo la giusta attenzione. Quando prepariamo una presentazione, infatti, partiamo spesso da ciò che vogliamo dire: quali informazioni vogliamo trasmettere, quali slide vogliamo mostrare, quali argomenti vogliamo affrontare.

Invece, il punto di partenza dovrebbe essere anche un altro: chi ci ascolterà? Nel mio Speaker Framework, questo è uno dei primi elementi da considerare. Prima ancora di costruire il messaggio, dobbiamo capire l’Audience: quali sono le persone che abbiamo davanti, che cosa sanno già, che cosa si aspettano, quali sono le loro esigenze e, soprattutto, perché dovrebbe interessare loro quello che stiamo per dire.
Una voce, del resto, ha importanza perché qualcuno la ascolta. E un messaggio diventa comunicazione solo quando riesce a entrare in relazione con chi lo riceve.
La forma e la potenza della voce
Più avanti, nel testo, troviamo un’altra espressione che sembra quasi scritta per parlare di public speaking: “the shape and the power of the voice”. La forma e la potenza della voce.
Quando parliamo davanti a un pubblico, la voce dà forma al nostro messaggio attraverso il tono, il ritmo, il volume, le pause e l’intonazione. Non è solo il mezzo che rende udibili le parole che abbiamo preparato: è parte del modo in cui quelle parole vengono interpretate.
E proprio qui c’è un altro passaggio della canzone che trovo interessante: “In strong low tones”. Toni bassi e profondi. Non è un dettaglio secondario. La tonalità della voce può infatti modificare profondamente la percezione che gli altri hanno di noi.
Su questo tema mi viene subito in mente un TED Talk di Julian Treasure, How to Speak So That People Want to Listen, sul quale avevo precedentemente scritto un articolo per il mio blog. Quando parla del register, cioè del registro della voce, Treasure mostra come spostare la voce verso il basso, nel petto, possa darle maggiore “peso”.
E aggiunge un’osservazione particolarmente interessante: tendiamo ad associare le voci più profonde al potere e all’autorevolezza. Cita anche il caso dei politici, sostenendo che le persone tendono a votare candidati con voci più basse proprio perché la profondità vocale viene inconsciamente collegata a queste caratteristiche.
È un aspetto che vale la pena ricordare soprattutto quando parliamo di leadership, negoziazione o situazioni nelle quali dobbiamo trasmettere autorevolezza.
Attenzione, però: non significa che per essere autorevoli dobbiamo semplicemente “abbassare la voce”. Una voce forzatamente grave può risultare artificiale e poco credibile. Il punto è piuttosto imparare a conoscere le caratteristiche della nostra voce e utilizzare consapevolmente le possibilità che ci offrono.
Nei miei corsi mi capita spesso di lavorare proprio su questo aspetto. E noto che, quando proponiamo alle persone di migliorare il proprio modo di parlare, la prima preoccupazione riguarda spesso il contenuto: “Che cosa devo dire?”.
È una domanda fondamentale, certo, ma non è sufficiente. Perché, dopo aver definito il contenuto, dobbiamo chiederci come organizzarlo e, soprattutto, come farlo arrivare. Per esempio, una frase come “Questa è una grande opportunità” può essere pronunciata in modi diversi: con entusiasmo, scetticismo, preoccupazione oppure assoluta indifferenza. Le parole non cambiano, ma cambia radicalmente il significato che gli attribuiamo e il modo stesso in cui vengono percepite.
È qui che entrano in gioco alcuni elementi del mio Speaker Framework: Message, Structure e Presence. Il messaggio deve essere chiaro, la struttura deve aiutare il pubblico a seguirlo e la nostra presenza — compresa la voce — deve renderlo vivo e credibile. Perché possiamo avere un ottimo contenuto e una struttura impeccabile, ma se la voce non è coerente con quello che stiamo dicendo, qualcosa inevitabilmente si perde.
Quando la comunicazione cambia i contorni
C’è un altro passaggio del testo che mi ha colpito: “Stranger emotions in mind / Changing the contours I find”. Emozioni nuove o estranee che entrano nella mente e ne cambiano i contorni.
È un’immagine che mi fa pensare a ciò che dovrebbe accadere quando una comunicazione funziona davvero. Infatti, una buona presentazione dovrebbe riuscire a modificare il modo in cui guardiamo qualcosa e non limitarsi ad aggiungere informazioni a quelle che già possediamo.
Pensiamo per esempio a un manager che presenta un problema al proprio team. Può limitarsi a fornire dati, descrivere la situazione e proporre una soluzione. Oppure può riuscire a fare qualcosa di più: aiutare le persone a vedere quel problema da una prospettiva diversa, a collegarlo a qualcosa che conoscono già, a immaginare una possibilità che prima non avevano considerato.
È ciò che io chiamo problem telling, perché come raccontiamo una situazione, di fatto, ne rappresenta i “contorni” nella mente delle persone che ascoltano. Ed è qui che, nel Framework, entra in gioco l’Impact: non soltanto ciò che diciamo, ma ciò che il nostro intervento riesce a generare nelle persone fa la differenza.

Disegnare sulle parole
Verso la fine della canzone compare poi un’immagine che trovo particolarmente suggestiva: “Draw on the lines that they say”. Disegnare sulle linee delle parole che vengono pronunciate.
Mi piace pensare alla voce proprio in questo modo. Le parole costituiscono una linea, una struttura, ma la voce può disegnare su quella linea. Può rallentare, accelerare, enfatizzare, creare attesa, introdurre una pausa. Può dare maggiore energia a una parola e lasciare quasi sospesa quella successiva.
È un po’ come quando, guardando una partitura, non ci limitiamo a leggere le note ma cerchiamo di capire come devono essere interpretate. Le note sono indispensabili, ma da sole non ci dicono ancora tutto quello che ascolteremo.
Lo stesso accade con un discorso. Il testo è importante, ma il modo in cui lo interpretiamo contribuisce a trasformarlo in esperienza. Perché la voce stessa, in fondo, rappresenta una splendida combinazione di suoni.
E forse è proprio per questo che una persona può leggere davanti a noi un testo impeccabile dal punto di vista dello stile e lasciarci completamente indifferenti, mentre un’altra può pronunciare parole molto semplici e riuscire a catturare la nostra attenzione.
Non è magia. È comunicazione. È emozione.

Che cosa rimane quando finiamo di parlare?
Alla fine, però, torno sempre alla domanda che per me è forse la più importante: che cosa rimane delle nostre parole alla fine?
Probabilmente ricorderemo solo poche informazioni ricevute. Probabilmente non ricorderemo la sequenza delle slide e nemmeno ogni singola frase pronunciata.
Eppure alcuni interventi rimangono nella mente anche a distanza di tempo. Rimane un’idea, una storia, un’immagine, una frase oppure la sensazione di avere ascoltato qualcuno che ci ha fatto vedere qualcosa da una prospettiva diversa. A volte rimane persino il modo in cui quella persona parlava.
È questo, secondo me, uno degli aspetti più affascinanti del public speaking. Possiamo progettare con grande attenzione il nostro messaggio, costruire una struttura efficace, lavorare sulla nostra presenza e scegliere con cura le parole. Ma alla fine sarà il pubblico a decidere, almeno in parte, che cosa porterà con sé.
Ed è qui che ritorna la voce. Non significa avere una voce “bella”, almeno dal punto di vista della timbrica. Non esiste una voce perfetta per parlare in pubblico. Significa essere consapevoli che la nostra voce è parte del messaggio e che, mentre parliamo, stiamo creando un’esperienza per chi ci ascolta.
Forse, allora, quando prepariamo una presentazione dovremmo farci una domanda diversa da quella che normalmente ci poniamo. Non soltanto: “Che cosa voglio dire?”. Ma anche: “Che cosa voglio che rimanga quando avrò smesso di parlare?”.
È una domanda che cambia il modo in cui pensiamo al pubblico (Audience), costruiamo il contenuto (Message), costruiamo la scaletta del nostro intervento (Structure) e lavoriamo sul nostro carisma (Presence). E ci ricorda che tutto questo, alla fine, ha un solo obiettivo: creare un impatto nei confronti del pubblico (Impact).
Perché le parole ci permettono di dire qualcosa, ma è attraverso il modo in cui le utilizziamo — e attraverso la voce con cui le facciamo arrivare — che possiamo trasformare quelle parole in qualcosa che rimane.
Forse è proprio questo il vero potere della voce.

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