Alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina, Brenda Lodigiani entra in scena davanti a uno stadio gremito e carico di aspettative. E fa una cosa sorprendente. Per diversi minuti non parla. Osserva. Gesticola. Si muove nello spazio. Costruisce ritmo con il corpo. Racconta.
Solo alla fine pronuncia tre parole: “Welcome to Italy!”. Eppure, quando le dice, il messaggio è già arrivato, è già stato compreso. E’ tutto chiaro.
Quella di Brenda non è una semplice gag.
È una narrazione visiva.
Attraverso i gesti tipici italiani, infatti, racconta la nostra identità, il carattere, l’ironia di cui siamo capaci, ma anche la capacità di accoglienza e di emozionare/emozionarsi che ha il nostro popolo. E lo fa senza spiegare, senza didascalie o traduzioni. Lo fa affidandosi a un linguaggio che tutti riconosciamo, anche se non siamo espert* nel praticarlo.
La forza della sua performance sta proprio qui: nella misura. Infatti, come da lei stessa dichiarato dopo la cerimonia, sarebbe stato facile amplificare i gesti, renderli caricaturali, spingere sull’effetto comico. Invece, da attrice, sceglie un’altra strada. Usa il corpo con precisione, con intenzione, con rispetto per il significato dei movimenti.
Ed è questo che trasforma uno sketch in un atto comunicativo potente.
La performance si ispira al celebre “Supplemento al dizionario italiano” di Bruno Munari.
Munari, nella sua opera pubblicata all’inizio degli anni ’60, aveva compreso molto bene una cosa: per gli italiani i gesti non sono un’aggiunta al linguaggio. Ne sono parte integrante. Sono una grammatica parallela, fatta di mani, postura, distanza, ritmo.
Non folklore. Né caricatura. Soprattutto, rientrano nella nostra cultura comunicativa. E i dati lo confermano.
Infatti, nella vita quotidiana utilizziamo centinaia di gesti distinti (alcuni hanno calcolato che sono in media circa 250). Quando raccontiamo una storia, accompagniamo le parole con movimenti continui delle mani, del corpo, dello sguardo. In media, usiamo molti più gesti rispetto ad altri popoli.
Tradotto in modo semplice: mentre parliamo, il corpo lavora costantemente insieme alla voce. La voce formula. Il corpo rafforza, rendendo credibile e memorabile ciò che diciamo a parole. E questo è un aspetto fondamentale nel public speaking.

Dal punto di vista del public speaking, la performance di Brenda è una lezione straordinaria.
Ci mostra che comunicare non significa solo “dire bene le cose”. Significa incarnarle. Perché il pubblico non ascolta solo con le orecchie, ma anche con gli occhi e attraverso le intuizione e le emozioni.
E quando parole, gesti e intenzione sono allineati, il messaggio arriva con forza, senza sforzo. Anche quando usiamo solo poche parole.
Nella mia esperienza come formatore, incontro spesso persone che preparano in modo scrupoloso i contenuti: slide curate (a volte anche troppo), frasi lunghe e precise, struttura più o meno chiara.
Ma trascurano il linguaggio del corpo. Non fanno attenzione, per es., alla postura o che uso faranno dello spazio. Ancora, come accompagneranno i concetti con i gesti e che energia trasmetteranno.
Il risultato è quasi sempre lo stesso: un intervento corretto dal punto di vista dei contenuti, ma poco interessante o memorabile. E, spesso, la differenza tra “parlare bene” e “comunicare davvero” passa da lì.
La buona notizia è che il linguaggio non verbale non è un talento innato riservato a pochi. È una competenza e, come tale, si può osservare, allenare e migliorare.
Esattamente come la voce, lo storytelling e la struttura. E quando si inizia a lavorarci in modo consapevole, l’impatto cresce in modo sorprendente.
Termino questo articolo con una domanda. Quando fai una presentazione, fai formazione o insegnamento o ancora quando registri un video, quanto spazio dai al tuo linguaggio del corpo? Ci pensi davvero… o ti affidi al caso?
Scrivimelo nei commenti. Confrontarci su questi aspetti è già il primo passo per diventare comunicatori e comunicatrici più efficaci.
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