‘You Are Contagious’: cosa ci insegna Vanessa Van Edwards sul public speaking

Ci sono TED Talk che diventano memorabili per i contenuti. E poi ci sono TED Talk che diventano memorabili anche per come quei contenuti vengono trasmessi. Il talk di Vanessa Van Edwards appartiene decisamente alla seconda categoria.

Stefano Cera

Maggio 18, 2026

Ci sono TED Talk che diventano memorabili per i contenuti. E poi ci sono TED Talk che diventano memorabili anche per come quei contenuti vengono trasmessi. Il talk di Vanessa Van Edwards appartiene decisamente alla seconda categoria.

You are contagious | Vanessa Van Edwards | TEDxLondon

È uno di quei video che consiglio spesso a chi vuole migliorare il proprio public speaking, perché mostra in modo molto concreto un aspetto fondamentale della comunicazione: quando parliamo in pubblico, non trasmettiamo solo informazioni. Trasmettiamo anche stati emotivi, energia, sicurezza, tensione, curiosità. In altre parole: siamo contagiosi.

E questo TED Talk è interessante non solo per quello che dice, ma anche perché Vanessa Van Edwards applica perfettamente sul palco le stesse tecniche che sta spiegando.


Un’apertura semplice, auto-ironica e molto efficace

Il talk si apre con una frase immediata:

“Hi, I’m Vanessa, and I’m recovering from awkwardness.”

Mentre parla, mostra una sua foto da bambina con un improbabile gilet a quadri, apparecchio ai denti e capelli corti.

È un icebreaker molto efficace per diversi motivi:

  • Crea immediatamente umanità;
  • Abbassa la distanza con il pubblico;
  • Usa l’auto-ironia in modo efficace;
  • Introduce il tema della trasformazione personale.

È un ottimo esempio di apertura “relazionale”: invece di partire dai dati o dalla teoria, parte da sé stessa. Nel public speaking funziona spesso molto bene. Le persone, infatti, tendono a fidarsi di più di chi appare autentico e vulnerabile in modo equilibrato.

E infatti la Van Edwards aggiunge subito dopo una frase molto intelligente: “Questi anni di goffaggine mi hanno permesso di costruire una carriera cercando di capire come funzionano le persone”.

In pochi secondi costruisce empatia, credibilità e curiosità. Tre elementi chiave di qualsiasi apertura efficace.


Perché alcuni TED Talk diventano virali?

Uno dei punti più interessanti del talk arriva quasi subito. La speaker, infatti, racconta di aver studiato centinaia di TED Talk per capire perché alcuni diventassero virali e altri no.

Lei e il suo team hanno cercato pattern ricorrenti. E hanno trovato qualcosa di sorprendente.

La prima cosa che guardiamo sono le mani

Poi fa una domanda al pubblico: “Quando guardate una persona, quale è la prima cosa che notate?” (minuto 1.20). Molti rispondono gli occhi, il volto, il sorriso. Tuttavia, secondo diversi studi, la prima cosa che osserviamo davvero sono le mani.

La spiegazione è affascinante e affonda nelle nostre origini evolutive. Gli esseri umani primitivi osservavano subito le mani per capire se l’altro fosse una minaccia: stava portando una pietra? Una lancia?

E ancora oggi il nostro cervello continua inconsciamente a fare quella valutazione. E infatti la Van Edwards sottolinea un aspetto molto interessante: quando non vediamo le mani di una persona, una parte della nostra attenzione si distrae cercando di capire cosa stia facendo.

Dal punto di vista del public speaking questo è importantissimo.

Perché significa che nascondere le mani nelle tasche, tenerle dietro la schiena o bloccarle rigidamente può creare inconsciamente distanza o diffidenza.


I relatori TED più efficaci usano molti più gesti

Qui arriva uno dei dati più citati del talk. Infatti, secondo la ricerca presentata nel talk, infatti i TED speaker più popolari usavano in media circa 465 gesti in 18 minuti, mentre quelli meno popolari circa 270 (minuto 2.50). Naturalmente non significa “muovere le mani a caso”, ma in modo strategico.

Il punto è un altro: le persone più efficaci tendono a sincronizzare linguaggio verbale e linguaggio corporeo. Ed è interessante osservare come la Van Edwards lo faccia continuamente durante il talk.

A un certo punto mostra persino la combinazione di gesti tipici di molti TED speaker: inizia con le mani unite davanti al corpo, parla per qualche secondo e poi apre le braccia.

È un gesto che conosco molto bene anche personalmente, perché mi capita spesso di usarlo all’inizio di corsi o speech, probabilmente perché ‘sento’ che contemporaneamente comunica controllo, apertura e disponibilità verso il pubblico.

Subito dopo la Van Edwards utilizza anche gesti numerici, movimenti illustrativi e movimenti sincronizzati con le parole. Ed è qui che arriva una delle idee centrali del talk: infatti, é come se i relatori più efficaci dicessero “Conosco talmente bene questo contenuto che posso spiegarvelo sia con le parole sia con il corpo”.

Questa è una definizione bellissima del public speaking efficace.


Siamo contagiosi: a tre livelli

La parte centrale del TED Talk ruota attorno a una tesi precisa: le emozioni e i comportamenti sono contagiosi.

Secondo la Van Edwards lo siamo a tre livelli:

  1. Non verbale;
  2. Verbale;
  3. Emotivo.

1. Contagio non verbale (minuto 6.30)

Per dimostrarlo racconta un esperimento curioso. Si è messa in mezzo alla strada a guardare verso l’alto senza motivo. E, poco dopo, le persone iniziano automaticamente a fare la stessa cosa. Mostra anche un frammento del video.

Confesso che questa scena mi ha fatto sorridere: quando ero giovane, facevo qualcosa di simile con amici a Via del Corso, a Roma, solo per gioco. E funzionava sempre.

Il punto interessante è che le persone imitano automaticamente e poi razionalizzano il motivo del comportamento.

Questo si collega agli studi di Paul Ekman sulle micro-espressioni facciali. La speaker ricorda che esistono espressioni universali legate alle emozioni intense, indipendentemente da cultura, genere o provenienza.

E qui introduce anche l’ipotesi del feedback facciale (minuto 9.00): non solo le emozioni influenzano il viso, ma anche le espressioni del viso possono influenzare le emozioni.

È un concetto estremamente utile per chi parla in pubblico. Perché spesso pensiamo: “Prima devo sentirmi sicuro, poi apparirò sicuro”. Ma molto spesso accade anche il contrario. Infatti, assumere posture aperte, sorridere in modo autentico e usare una gestualità più ampia può influenzare anche il nostro stato interno.

2. Contagio verbale (minuto 13.30)

Questa è forse la parte che ho trovato più interessante dal punto di vista della comunicazione. La Van Edwards sostiene che alcune conversazioni producono più coinvolgimento perché stimolano il rilascio di dopamina (neurotrasmettitore che produciamo quando proviamo piacere o quando riceviamo una ricompensa).

E porta un esempio molto concreto. Infatti, c’è differenza tra chiedere: “Sei stato impegnato ultimamente?” e “Stai lavorando a qualcosa di interessante?”. La seconda domanda attiva il cervello in modo diverso. Infatti, porta le persone a cercare esperienze positive, motivanti, memorabili. E questo cambia completamente il tono della conversazione.

Qui il talk offre uno spunto molto utile anche per chi insegna, facilita o lavora in aula. Perché le domande che facciamo influenzano il livello energetico, il coinvolgimento e a qualità emotiva della conversazione.

La speaker propone quindi di sostituire alcune domande automatiche con domande più “attivanti”. Per esempio:

  • “Stai lavorando a qualcosa di interessante?”.
  • “Hai in programma qualcosa che aspetti con entusiasmo?”.
  • “Cosa ti è successo di bello oggi?”.
  • “Cosa c’è di interessante nel luogo da cui provieni?”.

Sono domande semplici, ma hanno un enorme impatto relazionale. E, soprattutto, rendono la conversazione molto più memorabile.

3. Contagio emotivo (minuto 17.10)

Nella parte finale la speaker affronta il tema dell’ansia. E cita studi molto interessanti secondo cui ansia ed eccitazione sono emozioni estremamente simili dal punto di vista fisiologico. La differenza principale sta nell’interpretazione mentale che diamo a quello stato.

Questo è un concetto molto potente nel public speaking.

Perché molte persone, prima di parlare, interpretano automaticamente l’attivazione fisiologica come paura, rischio e fallimento.

Ma quella stessa energia potrebbe essere riletta come entusiasmo, coinvolgimento e preparazione all’azione.

Non è un caso che il talk si chiuda facendo urlare al pubblico: “I’m excited!”. Una chiusura coerente, energetica e perfettamente allineata al messaggio del discorso.


Cosa possiamo imparare da questo TED Talk?

Per me questo video è utile perché mostra una verità fondamentale: nel public speaking non comunichiamo solo contenuti. Comunichiamo stati emotivi.

Le persone infatti percepiscono la nostra tensione, la nostra apertura, il nostro entusiasmo e la nostra autenticità.

E tutto questo influenza l’attenzione, la memorabilità, la fiducia e l coinvolgimento.

Il talk di Vanessa Van Edwards ci ricorda che parlare bene non significa sembrare perfetti. Significa diventare consapevoli dell’impatto che abbiamo sugli altri. Attraverso il corpo, la voce, le parole e le emozioni. Perché, nel bene e nel male, siamo contagiosi.


E voi?

Avete mai notato quanto il linguaggio del corpo, le domande e l’energia emotiva possano cambiare completamente una presentazione?

C’è qualche TED Talk che vi ha colpito particolarmente per la capacità del relatore o della relatrice di “contagiare” il pubblico?

Se vi va, scrivetelo nei commenti.


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