Qualche giorno fa parlavo con una collega sulle competenze legate al nostro lavoro e mi è venuta in mente una metafora che penso possa essere interessante come riflessione per chi fa formazione.
La metafora è quella della musica. Nel mondo musicale, infatti, esistono figure diverse, tutte importanti, ma con competenze differenti.
Ci sono persone abili nella scrittura di testi e musica, capaci di creare brani potenti, profondi, memorabili. Non sempre, però, sono altrettanto efficaci nell’interpretazione. Anzi, a volte non lo fanno proprio.
Poi ci sono interpreti eccezionali: voce, presenza scenica, emozione. Persone capaci di dare vita a un brano e di renderlo unico, anche se non lo hanno scritto loro.
E infine ci sono i cantautori e le cantautrici: coloro che scrivono e interpretano. Progettano la loro “musica” e poi la portano sul palco.
Tre ruoli diversi. Tre talenti diversi. Tutti necessari.
La stessa cosa accade nella formazione
Se spostiamo questa metafora nel nostro lavoro, il parallelismo è piuttosto chiaro.
Anche nella formazione, infatti, esistono profili diversi. Ci sono professionist* molto forti nella progettazione: sanno analizzare i bisogni, costruire percorsi coerenti, definire obiettivi, metodologie, strumenti. Hanno una grande competenza “dietro le quinte”.
E poi ci sono formatori e formatrici particolarmente efficaci nell’erogazione: coinvolgono, tengono l’aula, gestiscono il ritmo, creano relazione, fanno vivere l’esperienza formativa. A volte, tuttavia, queste due competenze non coincidono.
Lo dico senza giudizio, ma con rispetto per la complessità del nostro lavoro. Non è una critica. È una constatazione che nasce dall’esperienza.
Quando il disequilibrio diventa una criticità
Il tema non è stabilire quale competenza sia “più importante”. Il problema nasce quando una dimensione viene trascurata.
Un corso progettato benissimo ma erogato in modo non efficace rischia di restare sulla carta. invece, un corso erogato in modo brillante ma progettato in modo fragile rischia di essere solo “intrattenimento”.
Lo vedo spesso nei corsi con gruppi di persone diverse tra loro, in contesti aziendali eterogenei, con aspettative, livelli ed esigenze differenti. Ed è qui che la metafora musicale diventa utile: ci aiuta a leggere con più lucidità il nostro ruolo.
L’esperienza sul campo
Mi è capitato, a volte, di fare un corso con materiali progettati da altre persone. E, spesso, ho modificato qualcosa (a volte anche tanto), per adattarlo al contesto specifico, soprattutto al “mio”.
Oppure, anche a fronte di una progettazione molto dettagliata, una volta entrato nel corso modifico anche parecchio “in corsa”, per rispondere meglio a ciò che sta accadendo in aula.
Non perché il progetto non funzioni. Ma perché ogni gruppo è vivo. E richiede ascolto, flessibilità, presenza.
È una dimensione che, negli anni, ho imparato a considerare parte integrante della professionalità.

Il mio posizionamento: tra progettazione ed erogazione
Riprendendo la metafora musicale, mi sento più vicino alla figura del cantautore. Progetto i miei percorsi e poi li porto in aula.
La valutazione che faccio su me stesso è che sento di essere più portato all’erogazione, sebbene, nel corso degli anni, stia investendo molto più tempo ed energie nella progettazione. Per anni mi sono concentrato soprattutto sull’aula, perché pensavo che fosse la parte più importante e forse anche per indole.
Solo col tempo ho capito quanto in realtà fosse strategica la fase che viene prima. Oggi vivo la progettazione non come un passaggio tecnico, ma come una parte essenziale della qualità del lavoro. E più è curata, più l’erogazione può essere libera, naturale, autentica.
Strumenti di consapevolezza
Negli anni, anche strumenti come il Kolb Educator Role Profile (che ho fatto un paio di anni e che segue il mio interesse per test sugli stili di apprendimento come, per es., quello di Kolb) mi hanno aiutato a riflettere su queste differenze di stile e di approccio. Non come etichette ‘rigide’, ma come occasioni di consapevolezza professionale.
Questo è un tema che merita uno spazio dedicato. Ci tornerò presto.
Una domanda per chi fa formazione
Questa riflessione mi porta a fare una domanda semplice, ma potente:
👉 In quale ruolo ti riconosci di più oggi?
• Più autore o progettista?
• Più interprete o erogatore/erogatrice ?
• Più “cantautore”/“cantautrice”?
Non esiste una risposta giusta o sbagliata. Esiste tuttavia la consapevolezza. Perché riconoscere il proprio stile significa anche capire dove investire per crescere.
Conclusione: professionalità è integrazione
Credo allora che la maturità professionale, nella formazione, passi da qui: dalla capacità di integrare progettazione ed erogazione.
Di rispettare entrambi i livelli. Di non improvvisare. O almeno non affidarsi esclusivamente a questa. Di non dare nulla per scontato.
E, come nella musica, anche nel nostro lavoro, quando testa, cuore e tecnica dialogano tra loro, la differenza si sente. E si vede. È una ricerca continua. Almeno per me.
Ed è una delle cose che rende questo lavoro ancora stimolante, dopo tanti anni.









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